La forza di una promessa

Per grazia di Dio nel corso della mia vita ho avuto la possibilità di incontrare molte persone straordinarie, persone la cui vita parlava di cose importanti, di scelte impegnative; persone guidate da idee luminose che, nella loro esperienza ordinaria, erano state tradotte in un impegno costante e perseverante ed erano diventate la loro stessa vita.
Tra queste molte persone straordinarie, alcune hanno percorso la via dello scautismo e hanno fatto diventare la Promessa e la Legge scout il loro stile di vita ordinario, vissuto in famiglia, nel lavoro o nella professione, nella partecipazione ecclesiale, nell’impegno politico, nel servizio educativo.

In queste settimane è accaduto che abbiamo accompagnato attraverso il passaggio della morte alcuni amici che hanno vissuto lo scautismo fin da giovani, ed hanno scelto di continuare a viverlo in tutta la loro vita, sia quando sono stati impegnati come capi, sia quando, per vari motivi, non hanno potuto svolgere il servizio educativo in Associazione. Essi sono stati sempre scout, hanno vissuto tutta la loro vita guidati dalla Promessa e dalla Legge!

Nell’omelia di uno di questi funerali, il parroco ha proposto a noi un felice parallelismo tra la Promessa scout e il vangelo delle Beatitudini, quella pagina di Matteo che negli ultimi anni ci ha aiutato a vivere la Route nazionale delle Comunità capi del 2024. Mi sembra che questo parallelismo sia molto importante perché ci preserva da un pericoloso moralismo che, talvolta, quando parliamo di coerenza e fedeltà, potrebbe insinuarsi nelle nostre considerazioni.

Il testo delle Beatitudini, cosiderato da tanti il manifesto dell’Annuncio evangelico di Gesù, ci pone davanti ad una promessa che il Signore – per primo – ci rivolge: sarete beati se mi seguirete sulla via tracciata dalle Beatitudini, perché io sono il povero in spirito, il mite, il puro di cuore, l’operatore di pace, l’assetato di giustizia, il perseguitato. Non temete: sarete beati; ve lo prometto io!

E’ sempre importante mettere in ordine le cose. C’è una promessa del Signore che precede ogni nostra promessa (non solo quella scout, ma tutte le promesse che ci impegnano con l’aiuto di Dio). C’è un’azione della benevolenza divina che precede ogni nostro impegno e che consente ad ogni nostro impegno di diventare generatore di vita.
Noi promettiamo e ci impegniamo perché abbiamo creduto in quella promessa che il Signore ci ha rivolto; e poiché abbiamo posto in lui la nostra fiducia, possiamo rimanere fedeli al nostro impegno, facendo nella nostra vita l’esperienza della vitalità del Vangelo e della gioia promessa a chi dona la propria vita (quasi una caparra della risurrezione).

Ringraziamo il Signore per tutte le luminose testimonianze di vita che costellano il nostro cammino e la nostra storia, ma non lasciamoci distrarre dalla retorica dell’eroismo o dalla logica moralista.
Queste persone che hanno vissuto e vivono con coerenza quanto hanno scelto, non sono semplicemente persone tutte d’un pezzo che sono rimaste fedeli in mezzo alle tante vicissitudini della vita, ma persone che hanno rinnovato continuamente la memoria della promessa fatta loro dal Signore e sintetizzata nella pagina delle Betitudini, memoria che ha permesso loro di rinnovare quotidianamente il loro impegno di servizio e di fedeltà.
Questa è la strada che, con semplicità, possiamo percorrere anche noi, anche in mezzo alle nostre fragilità e alle nostre incoerenze, perché il Signore è fedele alle sue promesse e porterà a compimento quanto ha iniziato in noi e quanto ha posto nel nostro cuore come desiderio di vita piena.

Grazie fratelli e sorelle per la vostra testimonianza fedele e coerente che ci mostra con i fatti che è possibile vivere quanto fin da giovani abbiamo sognato per la nostra vita e per il mondo. Accompagnate ora il nostro cammino aiutandoci a volgere lo sguardo a Colui che per primo ha pronunciato per noi la sua promessa di vita e di bene e rinnovando in lui la nostra fiducia.

La festa di Maria Vergine Assunta in cielo, che oggi celebriamo, rappresenta per noi la garanzia della fedeltà del Signore alle sue promesse.

Memoria e affidamento

Accogliendo l’invito di due amici preti, sono riuscito a vedere il film Odissea di cui tanto si è parlato in queste settimane che ne hanno accompagnato l’uscita nelle sale.
Non sono un esperto di classici, tanto meno di quest’opera, per cui non mi permetto disquisizioni filologiche sulla fedeltà del film al testo originale. Ho seguito con facilità la narrazione proposta dal film e tre aspetti mi hanno molto colpito.

1. L’accompagnamento fedele degli dèi, in particolare di Athena, nel percorso di Ulisse. La spilla con l’effige di Athena, che Penelope gli aveva affidato prima della partenza per la guerra di Troia, caratterizzava la persona di Ulisse ed era il suo indentificativo più eloquente per la moglie in cerca di notizie del marito. Tale presenza divina è viva ed efficace per i personaggi della storia, che si premurano di rimanere obbedienti alla “legge di Zeus” la quale trova la sua sintesi nella disponibilità all’accoglienza del viandante e del povero.
All’uomo moderno, che non sente più il bisogno di tale compagnia, il sapiente e astuto Ulisse sembra lanciare un monito dalle profondità della storia: non elimare il trascendente dalla tua vita; non dimenticare Dio.

2. Il ruolo terapeutico della memoria. Per Ulisse, che si trova sperduto e smarrito sull’isola di Calipso, che per anni viene curato dal trauma causato dalla perdita dei compagni di viaggio tramite il fiore di loto, che gli consente una tranquillità smemorata, è necessario recuperare tale memoria per ricostruire la propria storia e identità e riappropriarsi del desiderio di ritornare alla propria casa. Sarà proprio Calipso a riconoscere tale esigenza e a guidarlo nella ricostruzione del percorso compiuto fin lì.
E’ davvero molto importante questo ruolo della memoria per tutti noi, per recuperare le nostre radici, per ricordare il bene che ci ha originato e trovare la forza e la motivazione per compiere il nostro viaggio. Come il fiore di loto che cancella la memoria, infatti, anche una memoria nostalgica può rappresentare un blocco che ci impedisce di raggiungere la méta del nostro viaggio. La memoria è utile se ci proietta nel futuro, se, rafforzandoci sulla consapevolezza della nostra identità, ci aiuta a comprendere meglio la nostra missione e compierla.

3. Dopo varie peripezie e astuzie, Ulisse raggiungerà la méta del suo viaggio approdando a Itaca affidandosi, inerme, ad una zattera ingovernabile. Sarà ancora Calipso che gli indicherà l’atteggiamento utile per far ritorno a casa.
Il racconto non disprezza la competenza e neppure l’astuzia che hanno reso grande Ulisse agli occhi dei Greci; ma per compiere il viaggio tali doti non sembrano sufficienti. Solo un totale abbandono lo consentirà.

Sappiamo che questi grandi testi del passato, tramandati attraverso le generazioni che li hanno letti e trascritti, rappresentano delle grandi parabole esistenziali, quasi dei paradigmi fondamentali del vissuto umano.
Ulisse, nononstante i suoi tremila anni di storia, è l’immagine dell’uomo moderno che, dopo aver compiuto battaglie epiche, cerca di raggiungere la méta del ritorno alla pace attraverso la propria competenza e intraprendenza, … ma che rischia facilmente di smarrirsi, di fare esperienza di naufragio, di rifugiarsi – disilluso – negli effetti psicadelici di sostanze che tolgono il dolore del fallimento e della morte degli amici, ma che lasciano ebeti, dimentichi della propria identità e della propria missione.
L’esercizio sapiente e accompagnato della memoria, la rilettura dei fatti alla luce di un riferimento trascendente, l’affidamento fiducioso a Chi ha cura della nostra vita e guida benevolmente le sorti della storia, rappresentano la traccia per compiere il proprio viaggio e giungere alla méta desiderata, ove siamo attesi da chi ci ama.

Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba, divenuto discepolo del regno dei cieli, è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche». (Mt 13,52).

Profanazione

Sono rimasto molto colpito dal titolo di questo articolo che ho letto ieri sera tardi dal sito di Avvenire: Libano choc: la profanazione della statua di Gesù ha scatenato l’indignazione mondiale.
In questi giorni non ero riuscito a leggere le notizie perché sono stato molto impegnato e non ero al corrente di questo fatto accaduto in Libano.
La mia reazione, dopo la lettura, è stata duplice: immediatamente di grande tristezza per un’azione che comunica un grave disprezzo verso un’immagine che pochi giorni fa, il venerdì santo, milioni di credenti hanno baciato e adorato; la seconda di grande rabbia… e mi spiego.
Ciò che mi ha fatto arrabbiare è che QUESTA azione grave abbia scatenato l’indignazione mondiale, mentre molti di noi rischiano ormai di essere assuefatti e di rimanere indifferenti di fronte alla notizia di decine di migliaia di morti, feriti, sfollati e persone abusate che le guerre provocano ogni giorno per mano dei vari eserciti.
Mi chiedo: Per cosa dobbiamo davvero indignarci?!? Qual è la profanazione più grave che offende Dio?!?

Non posso pensare che il mio cuore, e il cuore di molte persone nel mondo, si muova a indignazione per la profanazione di un segno sacro della mia fede senza contemporaneamente vivere e denunciare lo scandalo per l’inerzia e l’ignavia che pervade il mondo (il medesimo che si indigna per questa profanazione), che preferisce rimanere cieco, muto e sordo a fronte delle violenze perpetrate impunemente da eserciti e banditi di ogni specie (le differenze rischiano di essere sempre più sfumate purtroppo!).

Mi è venuta in mente una scena tremenda di “Silence“, un film belissimo di Martin Scorsese che ho rivisto di recente: in Giappone, durante la persecuzione contro i cristiani, un missionario gesuita portoghese è posto di fronte alla scelta di dover calpestare un’immagine del Cristo – rinnegando la sua fede e commettendo il peccato di apostasia – per poter salvare dalla morte alcune persone sottoposte ad un atroce supplizio. Nel film sarà il Signore stesso che gli dirà di calpestare l’immagine senza timore, perché la sua vera immagine è in quelle persone che lui ama e per le quali ha dato la vita. Il missionario vivrà come apostata per il resto della sua vita, fedele alla scelta compiuta in quel momento terribile, una scelta che il film indica come un vero atto d’amore.

E’ evidente che per noi le due cose non si escludono a vicenda. Ma non possiamo non sentire lo stridore della nostra coscienza quando giustamente ci indigniamo per la profanazione di un’immagine sacra e non piangiamo le nostre lacrime, e non esprimiamo la nostra santa indignazione per le sofferenze, le atrocità, gli abusi, le ingiustizie, le privazioni che ogni giorno vengono compiuti sotto i nostri occhi, nell’indifferenza globale, interessata ai mercati e agli equilibri geopolitici.

In questo giorno in cui celebriamo il primo anniversario della morte di papa Francesco, desidero ricordare le parole che lui pronunciò al Lampedusa nel 2013 che sono ancora un monito per tutti:
Domandiamo al Signore che cancelli ciò che di Erode è rimasto anche nel nostro cuore; domandiamo al Signore la grazia di piangere sulla nostra indifferenza, di piangere sulla crudeltà che c’è nel mondo, in noi, anche in coloro che nell’anonimato prendono decisioni socio-economiche che aprono la strada ai drammi come questo. «Chi ha pianto?». Chi ha pianto oggi nel mondo?

Custodisci nel nostro cuore, Signore quella santa indignazione che ci fa riconoscere come inacettabili tutte le profanazioni che gli uomini compiono contro di te e ogni realtà che ti rappresenta e ti rivela.
Concedici il dono delle lacrime che vincono la nostra indifferenza e ci aiutano a non renderci complici di qualsiasi profanazione che oggi viene compiuta nel mondo.
Papa Francesco, ogni giorno abbiamo pregato per te; tu dal cielo prega per noi!

“La gloria di Dio è l’uomo vivente” (Sant’Ireneo di Lione)

La forza dell’incudine: il realismo della nonviolenza durante la guerra.

Blacksmith shaping heated metal on an anvil with hammer and tongs
L’immagine è stata generata dall’I.A.

Se entrassimo nell’officina di un fabbro saremmo immediatamente colpiti dal rumore del martello che con forza e maestria colpisce il metallo incandescente; il nostro sguardo facilmente si fisserebbe sull’azione compiuta dal fabbro tramite il martello, saremmo attratti dalla forza e dall’abilità messe in atto per modificare il metallo nella forma desiderata. Difficilmente l’attenzione di qualcuno si poserebbe sull’incudine, che spesso consideriamo un pezzo di metallo inerte, utile solo a essere preso a martellate. Eppure è scientificamente provato che l’incudine, con la sua resistenza “passiva”, contribuisce almeno al pari del martello all’opera del fabbro; senza di essa il suo lavoro sarebbe impossibile.

L’immagine dell’incudine come simbolo concreto della resistenza nonviolenta, mi sta accompagnando da alcuni anni. L’ho ricavata dalla lettura di una famosa omelia che Clemens August von Galen, vescovo di Münster (Germania), pronunciò nel luglio 1941 per denunciare “l’eutanasia” dei malati mentali che il regime nazionalsocialista sosteneva (seppure con discrezione) per mettere in atto il suo progetto di purezza della razza ariana, progetto denominato T4 sospeso proprio a causa di quella denuncia.
Il vescovo August, di fronte alla violenza del regime nazista, richiama la sua comunità cristiana a rispondere opponendosi con la fermezza dell’incudine che, senza usare violenza, ma rimanendo salda nei suoi principi morali e nella sequela evangelica, può contribuire a cambiare le cose, come l’incudine contribuisce a modellare il metallo. Ecco le sue parole:

Beato Clemens August von Galen nel1937 – Foto: Reprodução

In questi giorni di Pasqua ho ascoltato con attenzione le parole del Papa che, oltre alla denuncia delle violenze e delle ingiustizie di cui siamo testimoni in vari scenari di guerra e al richiamo forte ai governanti a non cedere al delirio di onnipotenza che genera solo più violenza, ha richiamato tutti i cristiani a rimanere saldi nella fedeltà al Vangelo di Gesù senza mistificazioni e senza cedere alla tentazione di abusare del nome di Dio per giustificare guerre e violenze. In questi giorni mi sono tornate in mente le parole del vescovo August von Galen e l’immagine dell’incudine perché, inconsapevolmente, quelle parole diffuse clandestinamente tramite volantinaggio, hanno messo in movimento e motivato alla resistenza nonviolenta al regime nazista sia i giovani della Rosa Bianca di Monaco, che un giovane agricoltore cattolico austriaco, Franz Jagerstatter, beatificato (nel 2007) solo qualche mese dopo il vescovo August (nel 2006).

Sophie Sholl e gli amici della Rosa Bianca
Franz e Franziska Jagerstatter nle giorno del matrimonio

Molte volte, anche nei nostri ambienti, avvertiamo un certo scetticismo verso la scelta nella nonviolenza, giudicata non realistica e accettabile solamente al di fuori delle situazioni di conflitto. Invece – ci direbbero questi testimoni – è proprio quando il martello batte forte che l’incudine deve compiere il suo lavoro, per cambiare le cose, per modellare la realtà opponendosi fermamente alla violenza.

A tavola con gli apostoli nell’ultima cena

Last Supper icon with Jesus and apostles, featuring Greek text: IC XC, ὁ ΔΕΙΠΝΟΣ, and ΜΥΣΤΙΚΟΣ.
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Le domande dei discepoli e le risposte di Gesù

Nel Vangelo secondo Giovanni, i capitoli (13-16) che seguono il racconto della lavanda dei piedi sono costruiti come dei discorsi “di addio” che Gesù propone durante quell’ultima sera. Questi discorsi – molto importanti per tutte le generazioni di discepoli – sono intervallati da domande che apostoli diversi rivolgono a Gesù (cap. 13-14). Queste domande rivelano la loro fatica a comprendere quanto Gesù sta vivendo, la loro incapacità a ricordare quanto Gesù ha già insegnato loro, ma anche il loro desiderio di comprendere fino in fondo quanto sta accadendo.

Questa notte mi immagino di stare anche io intorno a quella tavola, di fare mie quelle domande e ascoltare le risposte che Gesù dà ad ognuno o a tutto il gruppo dei discepoli.

1. Il discepolo amato: chi è Signore? (Gv 13,23-25)
La domanda segue l’annuncio di Gesù circa il tradimento da parte di uno dei discepoli. L’affermazione di Gesù getta il subbuglio intorno a quella tavola. Il discepolo amato (che la tradizione ha identificato con Giovanni Evangelista), su sollecitazione di Pietro, domanda a Gesù chi sia colui che lo tradirà.
Chi è colui che ti tradisce Signore? Nel Vangelo secondo Matteo, che abbiamo ascoltato domenica scorsa, ognuno dei discepoli si pone seriamente la domanda se sia lui che tradirà il Signore (Cfr. Mt 26,22), segno che nessuno può sentirsi escluso da questa possibilità.
Ogni volta che, come Giuda Iscariota, noi pensiamo di forzare la mano al Signore, di non seguirlo sulla via che lui ha scelto per donare sé stesso perché ci sembra uno spreco (cfr. Gv 12 e Mc 14), che preferiamo porci nel ruolo di guida perché l’agire del Signore ci sembra insensato… anche noi, in quel momento, in qualche modo, ci troviamo ad abbandonare la tavola e uscire nella notte.
Sono io Signore!

2. Simon Pietro: Signore dove vai? Perché non posso seguirti? (Gv 13,36-38)
E’ sincero Pietro quando afferma di voler dare la vita per il Signore, ma ancora non ha compreso che deve prima accogliere il dono della vita che il Signore fa a noi.
Pietro è ancora tutto proiettato nel dimostrare di essere pronto a tutto, di essere disponibile a donare la sua vita per Gesù, ma non reggerà quando Gesù si consegnerà: si sentirà venire meno, non capirà più nulla.
Quante dichiarazioni sincere abbiamo fatto al Signore!
Alcune anche molto solenni e di fronte alla comunità ecclesiale.
Quante volte abbiamo pensato di essere noi quelli sui cui il Signore poteva contare, magari anche giudicando altri che ai nostri occhi potevano apparire più deboli o meno dotati. E quanti “galli” abbiamo sentito cantare sui nostri tradimenti; quante volte abbiamo pianto come Pietro perché non ci saremmo mai aspettati da noi stessi quel tradimento, quella fragilità, quella caduta.
Signore accogli il proposito sincero dei tuoi discepoli.
Trasforma la nostra debolezza in povertà perché tu possa agire in noi.
Porta a compimento l’opera che hai iniziato in noi.

3.Tommaso: Signore non sappiamo dove vai; come possiamo conoscere la via? (Gv 14,5-8)
Gesù aveva appena affermato che i discepoli conoscono la via per raggiungerlo dove lui si sta preparando ad andare. La domanda di Tommaso potrebbe apparire come l’ennesima incomprensione dei discepoli e, invece, diviene l’espediente per una delle più belle rivelazioni che Gesù fa di sé: io sono la via, la verità e la vita (Gv 14,6).
Tu, Signore, sei la via che conduce al Padre e ci inviti a camminare dietro a te per essere là dove tu sei.
Tu sei la verità sulla vita dell’uomo e sul mondo; in te non c’è menzogna; tu ci sveli il volto di Dio e ci fai conoscere la nostra altissima vocazione di figli di Dio.
Tu sei la vita che rende possibile la nostra vita, che ci consente di andare oltre la sopravvivenza. Grazie perché, per mezzo di te, ci hai reso possibile giungere al Padre.

4. Filippo: Signore mostraci il Padre e ci basta. (Gv 14,8)
In molti discorsi Gesù aveva insistito sul legame indissolubile tra lui e il Padre.
Vedere il Padre è un desiderio che attraversa tutta la Scrittura: da Mosè che chiede di vedere il volto di Dio (Es 33,17-23), ai Salmi che incessantemente elevano l’invocazione “non nascondermi il tuo volto, Signore” (Sal 27,8).
Finalmente, in questo passaggio evangelico, tutta questa umanità che desidera contemplare il volto di Dio, di cui Filippo è l’ultimo portavoce, riceve una risposta: Gli rispose Gesù: “Da tanto tempo sono con voi e tu non mi hai conosciuto, Filippo? Chi ha visto me, ha visto il Padre” (Gv 14,9).
Tu, Signore Gesù, non sei solamente colui che ha visto il Padre (Cfr. Gv 1,18), ma colui che è venuto a rivelarlo a noi, che è venuto a farlo conoscere agli uomini. Dio Padre, che lungo il corso della storia gli uomini hanno immaginato in molti e diversi modi, a volte travisando la sua Parola e trasformando in un idolo antropomorfo il volto del Creatore, si è rivelato nel Figlio. In lui possiamo conoscerlo in modo autentico e indefettibile. Lui ce lo ha rivelato (Gv 1,18).

5. Giuda, non l’Iscariota: “Signore, come è accaduto che devi manifestarti a noi, e non al mondo?” (Gv 14,22)
Perché a noi Signore?
E’ la stessa domanda che Israele si pone nel libro del Deuteronomio. Il Signore confermerà che nell’elezione che Lui compie di un popolo o di persone particolari non c’è alcun merito, ma solamente il suo amore imperscrutabile (Cfr. Dt 7,7-8).
Come è stato chiesto ad Abramo e alla sua discendenza, anche a noi è chiesto di essere segno e strumento dell’intima unione dell’uomo con Dio e dell’unione degli uomini tra loro (Cfr. LG 1). Chi ha goduto della grazia di poter ricevere la manifestazione del Signore, ha la responsabilità di condividere tale dono con gli altri perché il Signore possa manifestarsi a tutti: questo è il nucleo della missione oggi affidata alla Chiesa.
La manifestazione di Dio a noi non è semplicemente un’esperienza da raccontare, ma richiede di diventare carne in noi, nella nostra vita, attraverso l’osservanza della Parola del Signore che ci consente, al pari di Maria, di darle “corpo” e renderla incontrabile per altri.

6. Io – noi
Quali sono le domande che noi faremmo al Signore se ci trovassimo a tavola con lui nel momento in cui Gesù tutto si dona, con i gesti (la lavanda dei piedi) e con le parole? Non è facile rispondere.
Condividere le domande dei discepoli attraverso l’ascolto è un ottimo modo per comprendere che anche le nostre domande sono importanti e che, nel Vangelo, potremmo già trovare le risposte.
Come per quei discepoli, le nostre domande indicano dove ci troviamo nel nostro percorso di sequela del Signore; Gesù, come buon pastore, come ha fatto con i discepoli, non si sottrae, ma ci viene ad incontrare proprio lì dove noi siamo, per aiutarci a raggiungere la méta della Pasqua.

Lo scandalo di un Dio che serve

Jesus kneeling to wash an apostle's feet while others watch in a stone room.
Immagine generata con I.A.

“Tu non mi laverai i piedi in eterno!” (Gv 13,8).
La contestazione di Pietro, come ogni parola del Vangelo, è da prendere molto sul serio. Non si tratta di una fisima, di un puntiglio, di una questione di galateo: si tratta di ciò che Pietro crede e conosce di Dio. Proprio come dopo la sua professione di fede (cfr. Mt 16) si era manifestata la difficoltà di Pietro di comprendere le parole di Gesù che introducevano al mistero della Pasqua di passione, morte e risurrezione, anche ora, di fronte al Maestro e al Signore che si china a lavare i piedi, Pietro reagisce: non è da Dio fare così!

Pietro era un uomo semplice, ma conosceva la Scrittura.
In buona parte del Primo Testamento era descritto in modo minuzioso ciò che ogni credente, e il popolo insieme, doveva fare per onorare e servire il Signore. Offerte, sacrifici, preghiere, pellegrinaggi, … e poi i comandamenti e i vari precetti che testimoniavano l’adesione piena all’Alleanza mosaica delle varie generazioni di Ebrei.
Dio aveva già fatto molto per gli uomini: l’elezione di Abramo, la liberazione dall’Egitto, il dono della Legge e della Terra, il dono del Tempio, la custodia dai nemici, il ritorno dall’Esilio in Babilonia… ora era il tempo in cui erano i credenti a doversi impegnare per Dio: così insegnavano gli scribi e i farisei; così sembrava logico anche ai credenti di Israele e a Pietro.

Gesù in quell’ultima sera capovolge l’idea di Dio, come aveva già annunciato: “Il Figlio dell’Uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,45). Quelle parole i discepoli le avevano udite, ma non le avevano comprese. Ora Gesù, spogliato delle sue vesti, è chinato davanti a loro per lavare loro i piedi; Pietro si ribella, manifesta il suo disagio, la sua incomprensione.

Anche per noi c’è l’esigenza di questa conversione finale se vogliamo vivere la Pasqua: Gesù non ci ha chiamati perché noi facciamo qualcosa per lui e neppure per gli altri. Prima di tutto siamo chiamati a fare l’esperienza del suo amore per noi (fino alla fine), ad accoglierlo con gratitudine e semplicità, a riconoscerlo come la via attraverso cui il Signore viene a salvare la nostra vita. Se non facciamo prima questa esperienza, anche affrontando la stessa fatica di Pietro nel comprendere il senso di questo agire del Signore, tutto il nostro possibile impegno nel servizio per gli altri rischierà di ridursi ad una retorica moralista, ad un’autogratificazione compensatoria (rispetto a tutto il nostro ampio egoismo), all’esercizio del potere nei confronti dei più deboli e fragili.

Solo se nasce da una sincera gratitudine per l’esperienza di essere stato/a amato/a “fino alla fine”, il servizio vissuto verso gli altri – secondo il comandamento del Signore – manifesta davvero la condivisione di quell’amore che vuole arrivare a tutti; di quel servizio e di quell’amore noi saremo solamente il tramite e lo strumento; ma il protagonista sarà Lui, il solo capace di amare fino alla fine.

La resistenza nonviolenta del Servo di Dio

“Rendo la mia faccia dura come pietra, sapendo di non restare deluso” (Is 50,7).

Abbiamo ascoltato questa immagine nella prima lettura di domenica scorsa (delle Palme), celebrando la Passione del Signore: di fronte chi lo schiaffeggia, a chi gli sputa in faccia, a chi gli strappa la barba, il Servo di Dio non reagisce, non oppone violenza a violenza, non subisce passivamente, ma resiste con forza confidando nel sostegno di Dio.

Da un anno a questa parte abbiamo accolto con entusiasmo e rilanciato l’espressione usata da papa Leone XIV nel suo saluto iniziale il giorno della sua elezione, “una pace disarmata e disarmante“, sentendola come una pace davvero desiderabile. Ma cosa significa concretamente? Qual è la pace disarmata capace di disarmare?

Ne abbiamo un’immagine viva nella testimonianza di Gesù durante la sua Passione.
Gesù si oppone alla violenza non con la violenza che – come abbiamo ascoltato nel Vangelo – stigmatizza in modo fermo di fronte a chi ha sguainato le spade per difenderlo, ma attraverso la resistenza al male e la scelta della nonviolenza. Questa scelta non coincide con il subire passivamente la violenza, ma nell’opporsi ad essa con la “forza” di chi non si lascia spaventare, di chi sa di poter confidera in Dio e, per questo, accoglie il dolore che la violenza provoca senza reagire – anche se potrebbe farlo – perché non vuole aggiungere altro dolore a quello che sta vivendo.

In questo mondo instriso di sangue, anche noi rischiamo di pensare che non ci sia altro modo per opporsi al male che con il male; che tale male sia inevitabile al fine di procurare il bene necessario della pace e della giustizia.
Gesù invece ci insegna che il male si vince con il bene (Cfr. Rom 12); tale scelta non annulla il dolore, né le conseguenze drammatiche della violenza subita, ma testimonia l’evangelico amore per i nemici, l’unico capace di disarmare.

Se desideriamo e crediamo in una pace disarmata e disarmante possiamo solo percorrere la via della nonviolenza che Gesù ha percorso prima di noi arrivando a donare la propria vita per testimoniare un amore capace di opporsi alla violenza.
Non sarà un caso che quegli stessi soldati che nel pretorio lo avevano schiaffeggito e insultato, al momento della morte lo riconoscono come il Figlio di Dio.

Un passaggio che possiamo vivere in questo tempo di Pasqua è quello di disarmare il nostro cuore, la nostra mente, le nostre mani, la nostra lingua; di scegliere di stare in questo mondo violento senza essere attori di violenza, ma convertendo il nostro sguardo per riconoscere la dignità di ogni persona, anche di colui/colei che ci vede come nemico e usa violenza verso di noi.

Il Servo di Dio di cui ci racconta Isaia non è affato un eroe, ma un uomo che ha imparato a confidare nella fedeltà di Dio, che conosce il suo amore per gli uomini e sa che Dio custodisce la nostra vita in ogni circostanza, anche oltre la morte.

Allora nella nostra Pasqua, insieme con Gesù, potremo dire: la Pace sia con voi, una pace disarmata e disarmante, in una Pasqua disarmata e disarmante.

Farò la Pasqua da te

Il lungo racconto della Passione secondo Matteo inizia con questa scena: Gesù invia i discepoli “da un tale” per annunciargli che farà farà la Pasqua da lui. Non sappiamo chi sia questa persona né il perché Gesù lo abbia scelto.
Questo passaggio del Vangelo l’ho sentito particolarmente provocatorio in questo tempo che ci introduce alla Pasqua. Questo tale potrei essere io, ognuna e ognuno di noi può immedesimarsi in questa persona a cui Gesù dice: “farò la Pasqua da te” e chiedersi: cosa significa per me accogliere Gesù che “fa la Pasqua da me”?

1. Un’accoglienza non formale; una celebrazione non scontata
Per prima cosa credo che questa richiesta di Gesù significhi che mi devo mettere in gioco per vivere personalmente questa Pasqua con Gesù. Lui “ha scelto me, la mia casa” per vivere questo passaggio. La mia accoglienza e la mia partecipazione non può essere formale; questa scelta mi interpella perché anche io viva la Pasqua.

2. Fare la volontà del Padre
Nel Vangelo della Passione secondo Matteo si insiste moltissimo sulla disponibilità di Gesù di compiere la volontà del Padre. Il Vangelo ci narra la sua preghiera sofferta nell’orto del Getsemani, con tutta la tensione che Gesù sperimenta rimanendo fermo nella sua scelta di compiere la volontà del Padre.
La Pasqua di Gesù si compie qui! Nello scegliere non quello che lui vuole, ma quello che vuole il Padre, volontà a cui Gesù si affida completamente.
Anche per noi, ognuna e ognuno in modo proprio, fare Pasqua con Gesù significa vivere questa libera e non facile scelta: fare la volontà del Padre.
Mi posso chiedere: cosa significa per me in questo tempo della mia vita? Qual è il passaggio “da morte a vita” che devo compiere per vivere la volontà del Padre?

3. Il supporto delle Scritture
Più volte in tutto il Vangelo secondo Matteo, e ripetutamente in questi due capitoli che narrano la Passione e morte di Gesù, ritorna quel richiamo tra ciò che le Scritture avevano annunciato e ciò che Gesù vive scegliendo di compiere in sé stesso quanto i profeti avevano detto. Questo legame non è esclusivo di Gesù. In questo passaggio pasquale anche noi possiamo confidare nelle Scritture che – come lampada ai nostri passi – illuminano le scelte difficili sostenendo la nostra fede nella fedeltà del Signore e la nostra speranza nel compimento della sue promesse.

4. Fare Pasqua
Perché la Pasqua non rimanga una ricorrenza formale, ma rappresenti anche per noi un passaggio di vita, possiamo seguire Gesù che si rende disponibile a compiere la volontà del Padre. Ci sono nella nostra vita dei passaggi difficili che possiamo vivere in modo “pasquale”: tale prospettiva cambia totalmente il senso di ciò che viviamo.
Il Signore non ci nasconde la fatica e la tensione che esiste in certi passaggi che siamo chiamati a vivere, ma il totale abbandono a lui, confidando nella fedeltà del suo amore e sperando nel compimento delle sue promesse di vita, ci consente di fare la Pasqua con Gesù, di accogliere il Signore che viene a fare Pasqua da noi.

Buona Pasqua!

Ci serve, forse, un manuale per la resistenza

Mons. Mario Delpini – Arcivescovo di Milano
Terrazze del duomo – 22 marzo 2026

Da quando non avvengono più miracoli a Milano, i milanesi si sono abituati all’ovvio e alla frenesia, al malumore e all’indifferenza.
Ci sono di quelli che trovano insopportabile la situazione. Ma che cosa si può dire?

Non essere così ingenuo: non c’è da costruire un’arca per salvarsi dal diluvio.
Non essere così astuto né così meschino: non c’è un deserto o un rifugio di montagna dove puoi sfuggire al contagio della peste che uccide la città.
Ecco di che cosa abbiamo bisogno: un manuale per la resistenza. Resistere, resistere là in mezzo, nel cuore della città, nella complicazione della vita, nella frenesia delle giornate. Resistere.

Resisti nello stupore.

Quando ti dicono: “Non illuderti, non farti una idea troppo grande di te: non sei altro che una macchina, basta un po’ di chimica e di biologia per dire tutto di te. Non sei altro che una macchina un po’ complicata. Di tanto in tanto ha bisogno di manutenzione, come ogni macchina. Quando è troppo usurata si rompe e di butta via. Non sei altro che una macchina e presto ci saranno macchine più efficienti e convenienti: non ci sarà più bisogno di te”, ecco, quando ti dicono così, tu resisti.

Continua a guardarti dentro con occhi semplici e a commuoverti per l’amore che vivi, la tenerezza che sei capace di esprimere, l’intuizione sorprendente della verità. Continua a guardarti intorno e a dimorare nello stupore della imprevedibile generosità della gente. Continua a riconoscere che c’è un volto che ti sorride e un amore che ti salva, che sotto i tuoi occhi c’è il miracolo di una vita che nasce, di un bambino che gioca, di un uomo e di una donna che non si ritengono tanto originali quando sacrificano la loro vita per la vita di un figlio, di una figlia, di un fratello o di un popolo di fratelli.

Il virus si chiama invadenza della tecnologia e presunzione della scienza da quattro soldi. E tu resisti, resisti nello stupore.

Resistere nell’amore

Quando ti dicono: “L’amore è un sentimento, una euforia del sentire e finisce presto in una ferita: non credere che si possa amare ed essere amati per sempre. Del resto, tu non sei capace di amare, sei troppo fragile, meschino. Del resto, tu non sei all’altezza delle responsabilità dell’amore. Sei troppo instabile negli affetti e i rapporti con gli altri sono troppo complicati: per te è più facile amare un cagnolino che desiderare un bambino”, ecco, quando ti dicono così, tu resisti.

Continua ad avere stima di te stesso, continua a credere di non essere solo un fascio di emozioni precarie, perché tu sai amare, tu vuoi amare, tu puoi dare una parola definitiva, una promessa che dura per sempre. Resisti. Tu puoi dire alla donna che ami, all’uomo che ami, al bambino che hai generato, al Dio in cui credi: “Puoi contare su di me. Io ti amerò per tutta la vita!”

Il virus si chiama dominio delle pulsioni e dei sentimenti incontrollabili. E tu resisti, resisti nella certezza di essere all’altezza della fedeltà nell’amore.

Resistere nell’accoglienza della verità

Quando ti dicono: “Se vuoi dimostrare di essere intelligente, devi essere agnostico. Non essere così ingenuo da credere che esista una verità che meriti di essere cercata. Del resto, non sei abbastanza intelligente da affrontare le domande sul senso delle cose: accontentati di sapere il prezzo delle cose. Non perdere tempo in preghiere che bussano alle porte del mistero: le porte resteranno sempre chiuse e il mistero sempre impenetrabile e il tutto della vita è un enigma spaventoso. Non perderti nello spavento, conviene che ti perda nella banalità”, ecco, quando ti dicono così, tu resisti nell’evidenza semplice di vivere una vita ricevuta, di riconoscere la rivelazione luminosa, di contemplare la verità amica, mite, paziente, quella che promette la felicità.

Il virus si chiama scoraggiamento del pensiero. E tu resisti, resisti nell’accogliere la verità che si rivela.

Resistere nella speranza

Quando ti dicono: “La tua vita sarà anche bella, ma è destinata a finire, a finire nel nulla e non puoi sperare altro che di stare bene finché dura. La tua vita sarà anche brutta, ma è destinata a finire nel nulla e non c’è possibilità di risarcimento, non puoi fare altro che rassegnarti. Per evitare spaventi e angosce ti conviene non pensare troppo a quello che sarà. Goditi il presente, se puoi godertelo. Lamentati del presente, se hai di che lamentarti. Io ti assicuro: il futuro sarà peggio”; quando ti dicono così, tu resisti nel visitare il tuo intimo desiderio di vivere, vivere felice, vivere per sempre; tu resisti nell’ascoltare la promessa affidabile di vita eterna; tu resisti nel percorrere le vie del presente e del futuro come una missione da compiere e non come un destino da subire.

Il virus si chiama disperazione. E tu resisti nella speranza.

Resistere nella fraternità

Quando ti dicono: “Degli altri non puoi fidarti: sono nemici oppure parassiti oppure accumulo di fastidi. La tua sicurezza è nell’isolarti. Non farti illusioni, ciascuno non ha altro pensiero che di sfruttare le occasioni e, se gli è possibile, di sfruttarti. Ti conviene pensare a te stesso. Ti consiglio di credere più alla pubblicità dei mercanti che alle promesse degli amici. Credi alla pubblicità e consuma, consuma, consuma: ecco il contributo che puoi dare al benessere del mondo provandoci gusto. Pensa a te stesso, sei l’unica persona che merita il tuo affetto”, quando ti dicono così, tu resisti.

Riconosci la verità antica: la gioia nasce dal prendersi cura della gioia degli altri. Resisti nella gratitudine del bene ricevuto, resisti nella consolazione dell’amicizia, resisti nella lieta dedizione alle persone che ami.

Il virus si chiama egoismo individualistico. E tu resisti nella fraternità.

Solo il “noi” ci salva

Don Alberto Ravagnani – immagine tratta da “Open“

Non abbiamo alcun diritto di giudicare le persone, ma possiamo/dobbiamo riflettere e lasciarci provocare dalle loro scelte, soprattutto quando ci interpellano e ci coinvolgono.
In questi giorni rimbalza su tutti i mezzi di informazione – soprattutto sulla rete – la notizia che don Alberto Ravagnani, prete della Diocesi di Milano, ha deciso di lasciare il ministero presbiterale perché – come afferma lui stesso – non riesce più a stare nel ruolo che l’essere prete richiede; lo sente come un limite che gli impedisce di essere vero: “tra essere bravo e essere vero, scelgo di essere vero“, ha affermato.

Don Alberto è diventato famoso durante il periodo del Covid perché, a differenza della maggioranza di noi preti, ha utilizzato in modo intelligente ed efficace i social media per rimanere in contatto con i ragazzi dell’Oratorio di Busto Arsizio e del liceo in cui insegnava religione, proponendo riflessioni su tematiche e in modalità che suscitavano l’interesse dei giovani, in particolare degli adolescenti. I suoi interventi su YouTube, grazie al suo linguaggio diretto e ad un editing professionale, sono stati visualizzati da centinaia di migliaia di persone facendolo diventare un fenomeno mediatico; una volta superato il confinamento, don Alberto ha girato l’Italia per condividere dal vivo in vari contesti la sua testimonianza di impegno con i giovani e di persona esperta del linguaggio dei social media. L’esperienza poi si è evoluta negli anni successivi, fino a formare una Fraternità di giovani che a lui facevano riferimento sia sui social che in presenza a Milano.
Personalmente ho molto apprezzato i suoi interventi della prima ora perché li trovavo coraggiosi, competenti e profondi. Con il passare del tempo, quando mi capitava di intercettarlo sulla rete, cresceva in me la preoccupazione che questa esposizione mediatica potesse metterlo in difficoltà, così come nel recente passato è accaduto ad altre e altri.

Oggi vivo con tristezza la notizia del suo abbandono del ministero e rimango ferito dalle motivazioni che lui sostiene lo abbiano spinto a compiere questo passo, motivazioni che – purtroppo – ho già sentito da altri che hanno compiuto la stessa scelta. Sono triste e preoccupato prima di tutto per tutti i ragazzi e le ragazze che in don Alberto avevano trovato non un leader, ma un prete di riferimento. Sono triste anche per don Alberto perché so che questa scelta non è e non sarà indolore neppure per lui.

Desiderando essere totalmente rispettoso della persona e non avendo alcun diritto di valutare quanto in coscienza lui ha deciso, mi consento di fare due valutazioni che mi coinvolgono personalmente: le accenno sperando di essere sufficientemente chiaro.

Parlo di me e, prima di tutto, vorrei dire che che essere prete non mi impedisce di essere “vero”, qualunque cosa questo significhi, e che essere prete, per me, non significa vivere un “ruolo” dentro una struttura che mi pone dei limiti. Ogni credente (forse ogni persona) è chiamato vivere un percorso di unificazione e di integrazione tra la sua persona e la sua vocazione. Quando il Signore ci chiama, quella chiamata supera sempre di molto la nostra persona. Progressivamente però, in quel processo che la Chiesa chiama “configurazione o conformazione“, ciò che sono stato chiamato a vivere si unifica sempre di più alla mia persona tanto che il mio ministero non rappresenta ciò che faccio, ma diventa progressivamente ciò che sono.
Per me essere “vero” significa essere sempre di più ciò che il Signore mi ha chiamato ad essere, ciò che – dopo un lungo cammino di verifica – ho riconosciuto e accolto come vero per me. Se scopro delle dissonanze – capita spesso perché siamo tutti dei peccatori – sono chiamato a convertire la mia persona perché corrisponda sempre di più alla vocazione che ho accolto e al ministero che vivo nella Chiesa e nel mondo, non il contrario!
Questo accade per chi è chiamato al ministero ordinato, come per chi è chiamato al matrimonio: quella parola che dice: “non sono più due, ma una sola carne“, afferma che, a partire dal matrimonio, c’è un novità che chiede di essere integrata in ognuna delle due persone che compongono la coppia; esse saranno chiamate a convertirsi quotidianamente perché quella novità nata dal matrimonio divenga sempre più corrispondente alla verità di loro stessi.

La seconda considerazione riguarda l’esposizione mediatica di chi ha compiuto scelte evangeliche e di consacrazione.
Se da una parte è davvero cosa lodevole portare la testimonianza e la parola del Vangelo nel mondo digitale, dall’altra non possiamo ignorare le regole (non solo teniche) che dominano quel mondo. In un contesto culturale in cui tutto viene mercificato e in cui domina l’ “egolatria”, i social media rappresentano il terreno di coltura in cui queste due dinamiche vengono esasperate: ignorarlo ci espone a gravi fraintendimenti e rischia di renderci autoreferenziali.
L’unico modo per salvaguardarsi da quelle logiche è custodire la dimensione comunitaria, essenziale per la vita cristiana, e continuare a presentarsi non come singolo/a, ma come parte di una comunità che viene costantemente coinvolta anche nell’interazione mediatica.
Se invece una persona rimane sola, o deliberatamente si isola dal suo contesto vitale e comunitario, o ne crea uno a sua misura, trasportando nella realtà quello che vive sui social media, allora il rischio di adeguarsi alle regole che vigono in quel mondo è molto forte e si rischia di creare una frattura interiore.
E’ vero che la dimensione comunitaria è faticosa, ma l’autoreferenzialità, che i media confermano e alimentano a suono di likes e numeri di visualizzazioni, è molto pericolosa!

Mi colpisce l’esempio di san Paolo, un uomo che si è esposto davvero tanto per portare il Vangelo in ogni angolo di terra che poteva calpestare.
Nelle lettere che scrive alle comunità, Paolo, anche quando si trova coinvolto personalmente (come nel caso delle lettere ai Corinzi o ai Galati), scrive sempre a nome di un gruppo di persone che condivide con lui la missione e non si presenta mai da solo. Era forte per lui la consapevolezza che ogni missione è sempre un atto comunitario. Quando non è stato più possibile camminare con Barnaba, a causa dei dissidi nati tra i due, Paolo ha associato alla sua missione altri (Silvano, Timoteo, Tito, Aquila, Priscilla, Luca, …) con i quali ha condiviso tutto, comprese le lettere che inviava alle comunità nate dal suo impegno di evangelizzazione.
La missione in ogni ambiente, anche nell’ambiente digitale, è sempre impegnativa e – inevitabilmente – ci espone a incomprensioni e difficoltà. In ogni situazione bella o difficile la dimensione comunitaria ci garantisce nel rimanere fedeli al mandato che ci è stato affidato e nel non presumere che quello che stiamo vivendo sia un’opera nostra.
Davvero solo il “noi” ci può salvare!

Don Lorenzo Milani, un prete che non ha temuto di percorrere strade inedite e difficili, ha sempre voluto associare a sé altre persone e ha mantenuto forte il legame con la Chiesa e con il suo Vescovo (nonostante le evidenti difficoltà di relazione). Era il suo modo per affermare che, pur percorrendo itinerari in cui si rischiava di trovarsi da solo, non avrebbe mai rinunciato a quel “noi” che lo custodiva nell’autenticità della sua missione.

Buon cammino don Alberto. Tu affermi che vuoi continuare a vivere per Dio e io ti credo con tutto il cuore. Il Signore ti aiuti a camminare dietro a Lui e con i fratelli e le sorelle che compongono la comunità della Chiesa.

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